Michael Jackson: “Io, schiavo del successo. Volevo solo essere amato”

“Sto per dire cose che non ho mai detto prima. Dio sa che sto dicendo il vero. Penso a tutto il mio successo e alla mia popolarità, e li ho avuti, li ho avuti perché volevo essere amato. Ecco tutto. Questa è l’unica verità. Volevo che la gente mi amasse, mi amasse davvero perché non mi sono mai sentito amato veramente

[Michael Jackson, Intervista con Shmuley Boteach tratta da “Il libro che MJ avrebbe voluto farti leggere” 2009]

Michael Jackson ha dovuto iniziare a calcare le scene all’età di cinque anni ed è stata l’esperienza che più ha plasmato la sua vita. Sottomesso al padre-manager, Joseph Jackson, che lo considerava una macchina da soldi, è stato privato della sua infanzia da bambino. “Mio padre mi picchiava” aveva dichiarato la star, in lacrime, all’Università di Oxford parlando a studenti e fan, confessando la grave carenza di affetto di cui soffrì da bambino.

“Mio padre picchiava me e i miei fratelli per costringerci ad essere i migliori cantanti” (Corriere della Sera, 8 Marzo 2001).

Sembrerebbe che il padre, accecato dalla ricerca ossessiva della fama e del denaro, avesse “venduto” il talento di suo figlio Michael ai potenti dell’industria musicale. La madre, di contro, aveva cercato di preservarlo con la religione. Lo aveva cresciuto come un fervente Testimone di Geova e Michael aveva preso con serietà i propri impegni religiosi. In seguito, con il passare del tempo, si allontanò dalla propria chiesa e quell’estraniazione fu fatale per lui.

Il video di Thriller era stato considerato dalla chiesa dei Testimoni di Geova “demoniaco” perché richiamava il mondo dell’occulto. Michael, quindi, fece inserire all’inizio del video una dichiarazione in cui rendeva noto che niente di ciò che era in esso contenuto intendeva sostenere la fede nell’occulto. Fu da allora, però, che l’artista decise di allontanarsi dalla chiesa perché ciò gli avrebbe permesso di avere una maggiore “libertà” artistica. In realtà si trattava di una libertà apparente. Divenne schiavo dell’industria dell’intrattenimento e di tutti i meccanismi oscuri che vi si nascondono dietro. La sua propaganda a favore degli Illuminati divenne eloquente. La copertina dell’album Dangerous (1991) fu realizzata accostando un tripudio di simboli esoterici. Tra i più riconoscibili, l’occhio di Horus. Il cortometraggio Ghost (1997) sembrava promuovere l’occulto e tutte le sue forme. Nell’HIstory Teaser Trailer (1997) altri simboli di natura esoterica vennero inseriti nell’uniforme indossata dallo stesso Michael.

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Nel corso degli anni però, Michael, cominciò a rendersi conto della sua condizione di schiavitù. Era solo un burattino nelle mani di potenti manipolatori. Quella libertà tanto decantata agli inizi della sua carriera sembrava essere solo un miraggio. Si isolò sempre di più e trasformò il suo malessere in creatività artistica, scrivendo brani dal contenuto fortemente critico (Es. Money, Leave Me Alone, Privacy… ). Si rese conto che l’industria dello spettacolo si era impossessata del suo personaggio e che la sua tanto amata indipendenza era invece una forma di prigionia.

La canzone They Don’t Care About Us, in effetti, sembrerebbe essere una denuncia nei confronti di chi voleva manipolarlo e usarlo. Iniziò così una lunga battaglia contro gli approfittatori. Nel 2001 si scagliò duramente contro la sua etichetta discografica e apostrofò Tommy Mottola (ex boss della Sony Music) come “diabolico” e “razzista” che sfruttava gli artisti di colore per i suoi sporchi fini.

“Sono un artista che ha fatto guadagnare alla Sony miliardi, tanti miliardi. Credevano che io pensassi solo a cantare e a ballare e in parte è così, ma non credevano mai, che sarei stato in grado di decidere per me stesso e mandarli a… quel paese” [Michael Jackson, Giugno 2001]

Dopo tanti anni di esperienza nell’industria dello show business, Michael ne aveva conosciuto il suo lato più oscuro e avrebbe voluto cambiarlo. Ci credeva. Pensava di poterlo fare davvero. Solo? Solo non ci sarebbe mai riuscito. Se non avesse accantonato Dio in angolo della sua vita, sarebbe potuto diventare un grande esempio per milioni di persone. La sua fede ha sempre dovuto fare i conti con la fama e il successo, quel vortice di celebrità che l’ha trasformato in un idolo. I suoi buoni intenti si scontravano con il suo ego. Come biasimarlo? Noi “fan” non siamo certo senza colpe. Abbiamo trasformato una semplice ammirazione per un artista talentuoso in una devozione, una vera e propria forma di venerazione.

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Esistono in genere due tipi di persone: le stelle e i pianeti. Coloro che irradiano una propria luce interiore e coloro che, invece, sono costretti a brillare di luce riflessa. Inverosimilmente, Michael era un pianeta. Mancando di una propria luce interiore è finito per dipendere dalle luci della ribalta. Quelle luci che ti accecano, ti fanno credere di essere vivo, onnipotente, ti fanno perdere il contatto con la realtà ma la sua era un evidente richiesta d’aiuto. Michael voleva solo essere amato, colmare quel vuoto che si portava dietro fin dall’infanzia. Non ci riuscì. Non era circondato dalle persone giuste. Si affidò alla fama e al successo, d’altronde era ciò che gli restava. In un’intervista dichiarò:

“Credo di essere una delle persone più sole al mondo” [Michael Jackson, Moonwalk, Sperling Paperback 2009].

Quel vuoto che attanagliava il suo cuore avrebbe potuto colmarlo se solo si fosse interamente affidato a Dio. La verità è che Dio è scomodo per chi punta a raggiungere loschi obiettivi attraverso il controllo mentale ed è per questo che Michael è stato, volutamente, allontanato dalla fede. I “potenti” dello spettacolo lo resero prigioniero e nonostante avesse tentato di ribellarsi, non sarebbe stato in grado di uscirne da solo. Così, dopo vani tentativi, si arrese agli effetti corrosivi della celebrità. Una sconfitta, una resa che è stata fatale per lui perché in realtà era un ottimo candidato a tornare a Dio. Anche se più volte sostenne di essere un uomo con la sua spiritualità, aveva un disperato bisogno di riconquistare la sua vita ritornando umilmente a Dio.banner032Sono all’idea che il tragico epilogo della sua vita si sarebbe potuto evitare se solo Michael avesse conservato gli ingredienti di una vita sana che avrebbero controbilanciato la superficialità della fama. Ma i suoi manipolatori travestiti da notorietà e ricchezza hanno avuto la meglio su di lui. Senza una massiccia ancora morale e spirituale la sua vita è stata risucchiata dalle sabbie mobili della celebrità. Se volessimo cercare la prova della necessità di ritrovare Dio nella nostra vita, basterebbe soffermarci a osservare la tragedia di Michael Jackson, perché lui è la dimostrazione che la spiritualità e i valori del mondo non sono più un lusso, bensì una necessità. Credo che la sua scomparsa debba servire da monito contro gli effetti dannosi dell’Era della celebrità in cui tutti viviamo, nessuno escluso.

© 2015 Emanuele Fardella

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