Rihanna e il video shock. “Bitch Better Have My Money”

Fonte: http://www.facebook.com/latooccultodellamusica

Stomachevole, porno, incita alla violenza e all’odio razziale. Così è stato definito il nuovo video di Rihanna, “Bitch Better Have My Money”, dai giornalisti inglesi che si scagliano contro l’utilizzo ripetuto di immagini violente e misogine, che vengono date in pasto ai tanti giovanissimi che guarderanno il video.

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Nudità, violenza e linguaggio esplicito. Con questi tre avvisi YouTube segnala agli utenti il contenuto del nuovo video dell’artista scaricandosi così da ogni responsabilità.

Il videoclip – più che altro un cortometraggio di oltre 7 minuti, co-diretto dalla stessa Rihanna e Megaforce – racconta il rapimento e le ripetute torture (fino alla morte finale) di una ricca e bella signora ad opera di una gang di tre donne spietate. Le immagini sono crude, forti, esplicite. C’è tanta violenza, c’è tortura, c’è del sadismo evidente. Non manca nulla. Dal classico sadomaso al sesso lesbo alla droga. Il solito mix trito e ritrito, offerto “gratuitamente” agli internauti con un semplice clic.

Quando si concepisce un video come questo, è evidente l’obiettivo di spostare l’attenzione dalla musica ad altro, che non ha nulla a che fare con la composizione, con la melodia e con l’armonia. Più il caso diventa mediatico, più il video ottiene visualizzazioni, più soldi incassano le già ricche casse della cantante delle Barbados.

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Secondo la psicologa Linda Papadopoulos la massiccia esposizione di immagini sessuali e violente a cui sono sottoposti gli adolescenti, ha l’effetto di distorcere nei giovani la percezione di sé stessi, incoraggiando i ragazzi ad assumere stili e atteggiamenti da macho dominante e le ragazze a presentarsi sessualmente disponibili e provocanti. Non a caso negli ultimi anni è emerso il fenomeno del bullismo sessuale che vede protagoniste molte giovani intente a pubblicare proprie foto di nudo sui social network o a scambiarle tramite telefono cellulare, finendo poi per prostituirsi.

Lo studio dimostra che esiste un chiaro collegamento tra il consumo di immagini sessualizzate e violente, la tendenza a vedere le donne come oggetti e l’accettazione dei comportamenti aggressivi come normali. Le immagini che consumiamo e il modo in cui le consumiamo stanno facendo passare il messaggio che le donne debbano essere usate dagli uomini come oggetti sessuali” [D.ssa Linda Papadopoulos]

C’è da considerare che da quando le canzoni sono diventate fruibili anche attraverso il videoclip, l’immagine, nel mondo della musica, ha acquistato sempre più importanza. In 3 minuti o poco più, la storia raccontata o la sequenza di immagini proposte (più o meno legate da un filo logico) devono risultare convincenti, suscitare emozioni, stimolare l’identificazione, rimanere impresse nella memoria, e soprattutto invogliare il pubblico a comprare il disco. La melodia, l’arrangiamento, le qualità vocali dell’interprete, da sole, non bastano più. C’è bisogno di creare un personaggio, di rivestire con allettanti qualità esteriori l’involucro della voce.

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È proprio vero ciò che scrive Paolo Scaruffi nel suo libro “Storia del Rock Vol. 3”:

Il consumismo protende i suoi tentacoli in tutti gli aspetti della vita quotidiana”.

E assistiamo così alla definitiva resa della triade “sesso, droga e rock and roll”, ormai completamente asservita dalle popstar odierne.

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